LIFESTYLE
Con 7 vittorie contro le 4 di Valentino Rossi, Jorge Lorenzo si merita il titolo di Campione del Mondo ma come sottolinea il Dottore "sarebbe stato bello potersi giocare il mondiale alle pari e non combattendo con due piloti, per altro fortissimi". Gli eventi di Phillip Island, Sepang e Valencia, con Marquez nel ruolo di agitatore prima e di "bodyguard" del connazionale poi,  gettano una lunga ombra sul futuro della MotoGp. [caption id="attachment_5282" align="alignnone" width="650"] Clima mesto alla premiazione galà del Motomondiale[/caption] Un'ombra indesiderata e tristemente inedita nella storia del Motomondiale che alimenterà per molti anni a venire la cultura del sospetto; che mai era stata parte della disciplina. Valentino aveva captato le peggiori intenzioni di Marquez  e denunciato il suo modus operandi, ma anche a Valencia, Marc, con un impunità da squalifica, ha confermato di non avere un briciolo d'integrità sportiva proteggendo il risultato di Lorenzo anche a scapito del suo compagno di squadra Pedrosa. [caption id="attachment_5283" align="alignnone" width="650"] Difficilmente rivedremo scatti del genere in futuro[/caption] Uno scempio; e se è vero che bisogna sempre guardare avanti, risulta davvero difficile immaginarsi una MotoGp libera da polemiche e rancori in futuro. Marquez ha infatti creato un precedente devastante. Il pilota che non corre per se stesso quanto per impedire la vittoria di un altro - tra l'altro in piena lotta per il Mondiale - è capace di tutto. Ed il fatto che la bacheca Facebook di Marc sia coperta d'improperi - molti dei quali di spagnoli - e che al Ricardo Tormo il pubblico abbia applaudito più Valentino che Lorenzo e fischiato Marquez sul podio, aiuta a capire quale clima abbia creato il pilota Honda. [caption id="attachment_5284" align="alignnone" width="650"] 30 giri incollato a Lorenzo e zero sorpassi; l'unica battaglia di Marquez a Valencia è stata contro Pedrosa[/caption] Al termine, il costruttore giapponese era visibilmente in difficoltà nel giustificare le azioni del ventiduenne di Cevera: "Non possiamo controllare i nostri piloti in pista ma questo clima di sospetto l'ha creato Rossi" ha spiegato Livio Suppo. In realtà Rossi ha semplicemente sottolineato la strategia di Marquez, e il grande errore dell'organizzazione è stato quello di non prendere provvedimenti prima di Sepang. [caption id="attachment_5287" align="alignnone" width="650"] La Yamaha festeggia i suoi campioni[/caption] La frittata di uova marce è purtroppo fatta. Ora bisogna lavorare sul futuro per recuperare la credibilità perduta e garantire agli spettatori uno spettacolo onesto, leale e libero da alleanze e azioni anti sportive. La riunione indetta da Fim e Dorna a Valencia sul tema fair play e valori sportivi non è servita a niente perchè Marquez non ha modificato di una virgola i suoi comportamenti portando a termine l'obbiettivo prefissatosi. Lo spagnolo dovrà convivere a vita con una vergognosa macchia nel suo Cv mentre l'organizzazione dovrà assolutamente trovare le giuste contromisure per salvaguardare la MotoGp negli anni a venire. Anche perche Valentino è un grandissimo campione ma non è eterno e chi avrebbe dovuto raccoglierne l'eredità, si sta rivelando l'opposto di ciò che un numero uno dovrebbe essere.

Cosa non fare

Per la serie pago tanto e soffro di più, l'Hotel WhitePod a Les Cerniers in Svizzera è tra i numeri uno al mondo dato che per la modica cifra di circa 650 Franchi (più o meno 600 euro) vi ritroverete a spalare legna sino a quando il fisico ve lo consentirà per poi stramazzare al suolo (o nel letto) con le mani bruciate e risvgeliarvi esausti con gli occhi iniettati di sangue e l'umore sotto gli stivali da neve.  Più che un Alpine Experience (il claim con il quale la proprietà ama definire il suo rocambolesco concetto di eco-luxury) infatti, la notte al WhitePod è un qualcosa in perfetto equilibrio tra feroci broncopolmoniti, sudori freddi e lavori forzati. [caption id="attachment_4221" align="alignnone" width="650"] I WhitePod nella notte svizzera[/caption] Prima di andare oltre però, è giusto dire che l'impatto degli igloo (costruiti con materiali da campeggio) tra bianco e boschi è davvero scenografico. E la vista dai balconi - se si riesce ad ignorare lo sviluppo urbano sottostante - davvero speciale. Arrivando dal basso poi, le strutture circolari appaiono come una visione metafisica creando avventurose e romantiche che aspettative tra i viandanti. [caption id="attachment_4222" align="alignnone" width="650"] la vista dagli igloo; bella ma con troppe luci per ammirar le stelle[/caption] Ma se prima dell'arrivo uno s'immagina una natura millenaria e incontaminata, il cielo invaso da luminose stelle (in verità offuscate dal bagliore delle luci a valle), il vento tra le conifere, rinvigorenti passeggiate e gradevoli discese in slittino, già dal check-in s'intuisce che la realtà sarà piuttosto diversa. E anche se l'immaginazione potrebbe si trovare riscontro nelle tante attività diurne (comunque tipiche di ogni Hotel ad alta quota), è bene sapere che sarete troppo stanchi per fare qualunque altra cosa che non sia un tè davanti alla stufa. [caption id="attachment_4223" align="alignnone" width="650"] La famigerata stufa[/caption] Già la stufa; pozzo di ogni nequizia e vero incubo dell'esperienza WhitePod. Negli igloo (arredati con garbo e gusto ma con qualche pelliccia di troppo) non c'è riscaldamento e di notte la temperatura precipita anche a meno 20 gradi. L'unica soluzione per non morire assiderati, con l'aggravante di lasciare i vostri cari con 600 euro in meno alla voce eredità, è rimpinzare la stufa di legna. Operazione che va ripetuta al massimo ogni due ore. Ma c'è di meglio; una volta caricata la legna avrete, per i primi trequarti d'ora, un termometro che decolla verso climi tropicali (quindi calore più umidità) per poi precipitare inesorabile, a mò di sanpietrino lanciato da un ponte, nei trequarti d'ora successivi verso un clima che solo gli orsi polari potrebbe considerare accettabile. [caption id="attachment_4224" align="alignnone" width="650"] Scenografici e avventurosi e molto freddi by night[/caption] Il che significa che prima sotto il piumone si suda come mufloni e poi, man mano che la legna va in esaurimento, il pigiama diventa un ghiacciolo. E tutta la sequenza - carico legna, caldo, troppo caldo, sudore, più sudore, freddo, troppo freddo, sveglia, carica legna, caldo, troppo caldo etc etc - si ripeterà, implacabile,  per tutta la notte, creando nel processo enormi interrogativi e potenziali influenze nell'esausto corpo del consunto ospite, che con 600 euro in meno nel portafoglio si chiederà più e più volte quale tremenda azione abbia fatto nelle precedenti vite per meritare tale espiazione.  [caption id="attachment_4226" align="alignnone" width="650"] Prospettive WhitePod[/caption]

Cosa non fare

Se visitate Barcellona è decisamente meglio evitare l'Hotel K+K Picasso situato nell'omonimo "Passeig". E non tanto per le dimenticabili e sacrificate camere, o per i colori - dalla hall ai corridoi - che cozzano tra loro come il gran padano sul pesce crudo, e neanche per gli interni arredati con quel design un pò così, che oltre ad essere già visto e scontato non ha nulla di pratico e funzionale. Il più grande motivo per girare alla larga da K+K Picasso è un altro; ed è il terrorismo psicologico esercitato dall'hotel nei confronti dei malcapitati clienti, che sarebbe comprensibile se la struttura fosse nel cuore di South Central a Los Angeles o in qualche sobborgo di Medellin. Ma invece siamo sotto i portici del Passeig Picasso di Barcellona, a pochi minuti dalla città vecchia e dal mare, e dunque non c'è alcun bisogno di lasciare sul tavolo tali documenti al posto dei sempre graditi cestini di frutta, bottiglie di vino o pasticcini. Tutte cose di cui non vi era ovviamente traccia. [caption id="attachment_4003" align="alignnone" width="650"] Follie dal K+K Hotel[/caption] Un testo farneticante dove al turista viene suggerito di muoversi con ansia e circospezione, come se intorno ci fosse una società prossima al collasso monopolizzata da una schiera di scippatori e malviventi pronti a farvi a fettine prima di distribuire ad altri criminali i vostri averi. Sono stato a Barcellona decine di volte girando di giorno e di notte, a piedi, in macchina, in moto e coi mezzi pubblici e non mi sono mai - e dico mai - sentito in pericolo. Sicuramente sulle Ramblas ci sono parecchi scippatori, e come in tutte le grandi città è consigliabile evitare - in certe zone e al calar del sole - le vie buie e vuote . Ma a parte questo, la Barcellona dipinta dall'Hotel K+K Picasso non è niente di più che un infelice e fuorviante delirio.  L'unica domanda che resta è: ma scriveranno tali baggianate in tutti i K+K di questa triste catena?  

Cosa non fare

E' strano come le due cose da non fare in Tailandia godano entrambe di fama planetaria. La prima delusione del viaggio è stata la cena al Nahm di Bangkok, assurdamente considerato (da una guida, va detto, redatta da un'acqua minerale) il miglior ristorante d'Asia. La seconda delusione, ben più cocente, è stata la visita a Ko Phi Phi Le; l'isola scelta da Danny Boyle come location del film The Beach. Anni fa, prima delle riprese, questa perla nel Mare delle Andamane con la sua laguna verde smeraldo circondata da rocce di granito, doveva essere uno spettacolo sublime. E probabilmente lo è ancora; a patto di arrivare in elicottero (cosa che può permettersi lo 0,1 percento dei turisti) alle prime luci dell'alba e godersi un paio d'ore di quiete prima del caos. [caption id="attachment_3460" align="alignnone" width="650"] Ore 9, arrivo a Phi Phi le e la spiaggia è già piena di barche[/caption] Io faccio parte di chi ha scoperto Phi Phi Le a scempio compiuto. Arriviamo in motoscafo intorno alle 9 del mattino e sulle spiaggia sono ormeggiate già una cinquantina d'imbarcazioni. Il mare puzza di nafta; la spiaggia è tappezzata di cose e persone disposti a mò di tetris. La gente cerca giustamente un pò di refrigerio in acqua ungendo il bagnasciuga di creme e oli abbronzanti. Nel frattempo le urla dei bambini si mischiano allo scoppiettare dei motori diesel e la riva ha la stessa godibilità di Via del Corso nel primo giorno di saldi. In neanche mezz'ora arrivano altre venti long tail boat. Alle 10:30 lo spettacolo è luciferino con la laguna letteralmente oscurata da natanti di tutte le taglie. La spiaggia non offre alcuna zona d'ombra e di nuotare non se ne parla perchè il rischio di essere tranciato da un'elica è elevatissimo. Insomma l'unica sensazione è la malinconia perchè assistere ad una tale bellezza tanto svilita, abusata e deturpata fa sanguinare il cuore. [caption id="attachment_3461" align="alignnone" width="650"] Caos OnTheBeach - Phi Phi Le[/caption] Ed il problema non sono certo i turisti (come me o tutti gli altri che giustamente vogliono vedere Phi Phi Le) quanto il totale disprezzo delle più basilari norme di ecologia e rispetto del territorio da parte dei tour organizzati. Che senso ha permettere alle imbarcazioni di attraccare lungo tutta la spiaggia? E perchè non è stato costruito un piccolo pontile per lo scarico dei passeggeri in modo che possano poi sparire dal panorama? Non avrebbe forse più senso contingentare le visite, o quantomeno suddividerle in fasce orarie in modo che tutti possano godersi lo splendore in relativa pace e senza folle intorno? [caption id="attachment_3462" align="alignnone" width="650"] Phi Phi Le vista dall'alto[/caption] E quanti irreparabili danni all'ambiente ha creato e sta creando questa perdurante invasione della laguna più scenografica della Tailandia? E' ora che il Governo tailandese intervenga prima che sia troppo tardi. Se visitate Krabi capiamo perfettamente che sarà molto difficile resistere (noi non ci siamo riusciti) al richiamo di Phi Phi Le, ma è anche bene sapere che lo spettacolo sarà distante anni luce dalla magia immortalata dalle cartoline (tipo foto sotto) e che dopo qualche minuto l'unico  desiderio sarà quello di scappare a gambe levate. [caption id="attachment_3459" align="alignnone" width="650"] The Beach quand'era bella[/caption]

Cosa non fare

Il San Valentino dei giorni nostri è una festa fessa, stucchevole ed abilmente sfruttata per appioppare agli "innamorati"  mielosissimi pacchetti a prezzi maggiorati. Poche cose sono peggiori di una cena con la vostra dolce metà circondati esclusivamente da altre coppiette che tentano di celebrare l'idillio tra candele, sorrisini semplici dei camerieri e pietanze ispirate a cupido vendute come potenti afrodisiaci. In più l'amore non deve essere certo celebrato a comando. Dunque, se volete fuggire a questo bieco carrozzone commerciale e magari conoscere i cenni storici di una tradizione iniziata con i frati benedettini, primi custodi della basilica dedicata al santo di Terni - San Valentino appunto - la soluzione potrebbe essere un weekend in Umbria tra cultura, tradizione e sapori della regione. La sera del 14 Febbraio trascorretela per le strade di Terni, che sin dal XVII secolo,anno in cui fu ritrovato il Sacro Corpo sotto l'altare della Basilica, organizza un grande party in onore del suo patrono. Il 14 Febbraio invece del classi co ristorante buttatevi sullo street-food del paese in festa mentre la sera successiva vi consigliamo una bella cena al "Tempio del Gusto" nella meravigliosa Spoleto. Per dormire invece la nostra prima scelta è l'eccezionale Borgo della Marmotta poco distante dalle Fonti del Clitunno  http://www.leterrediporeta.it/it/ oppure Palazzo Leti. Luoghi belli sempre, ricchi di fascino e memorie storiche, proprio come la basilica di Terni dov'è iniziata la tradizione e dove San Valentino può essere celebrato come merita; tra storia e spiritualità.    

Cosa non fare

Il primo ingrediente di ogni buon ristorante è il rispetto per i clienti. Cosa che non accade all'Osteria Antico Calice di Venezia . O quantomeno cosa che non è accaduta per noi e altre decine di potenziali commensali abbandonati a se stessi mentre attendevano invano un tavolino. Episodio, scopriamo, andato in scena di sovente nel sopracitato locale e qualcosa di piuttosto inaccettabile quando il tavolo viene prenotato, per giunta con largo anticipo. La prenotazione era fissata per le 21:30 ed ovviamente arriviamo affamati pronti per mangiare a quattro palmenti, ma una volta aperta la porta è subito chiaro che qualcosa non va.  L'antipasto è un farsi largo nella disordinata bolgia di facce frustrate, il primo è scoprire che il nostro tavolo non è pronto, il secondo è che nessuno dei camerieri trafelati ha un'idea di quando lo sarà, ed il dolce è un esaustivo quanto eloquente "per quanto vorrei non è che posso mandare via chi sta mangiando". A quel punto la risposta più ovvia sarebbe stata "perchè mai vorrebbe mandar via chi sta mangiando?", seguito da un "non deve mandare via nessuno" per concludere con l'ovvio: "assicuratevi che una volta accettata la prenotazione ci sia il tavolino, oppure evitate di prenderle e uno fa la fila sereno. Basta saperlo". Ma vista l'antifona sarebbe stato tutto fiato sprecato. Meglio andar via,  non tornare mai più e sconsigliarlo a quante più persone possibile. Anche perchè il Calice una volta era la Botte e la Botte era un grazioso ed intimo locale contraddistinto da una servizio cortese e ottimi piatti della tradizione veneziana. Il l'Antico Calice invece ha molti più coperti e un'atmosfera dimenticabile. E' chiassoso e confusionario con arredi privi di charme e parecchia tensione nell'aria. Sicuramente si mangia bene, altrimenti non ci sarebbe ressa. Peccato però per la scortesia, la totale mancanza di rispetto e l'approssimazione dello staff che rovinano quanto di buono viene preparato in cucina.

Cosa non fare

Per la serie il terrore si dipinse nei suoi occhi c'è uno sport d'acqua dolce chiamato Hydrospeed. L'abbiamo provato in Alagna-Valsesia (Piemonte), ed inserito nella categoria cosa non fare, ma solo perchè siamo dei fifoni. In realtà lo consigliamo a tutti perche buona parte delle persone che lo provano si divertono più degli gnomi mufloni dei boschi. Funziona così; si arriva al centro sport fluviali www.eddyline.it/ ed inizia la vestizione - muta, casco, salvagente - quindi, belli avviluppati in tessuti idrorepellenti si sale s'un pulmino per scendere a valle, dove il fiume, che nel suo primo tratto precipita dal massiccio del Monte Rosa, è un pelino più clemente. Già dallo sbarco in acqua capisci che l'avventura in giallo sarà piuttosto adrenalinica, con l'ignoto ad aggiungere quel qualcosa in più alla tensione. Indossate le pinne ed allacciato il casco arriva il momento di sdraiarsi s'un guscio mentre una roccia liscia diventa lo scivolo naturale. La gravità fa il suo corso ed entrati nelle acque ghiacciate del fiume Sesia si parte con un briefing tecnico e tanti punti interrogativi. Del tipo: "Sono ancora in tempo per cambiare idea"? No. La guida rassicura e parte. Consiglia le traiettorie ideali "lì no perchè la corrente è molto forte, là neanche perchè ci sono sassi aguzzi" e così via mentre il gruppo tenta di seguire. Tenta appunto, perchè i movimenti in Hydrospeed vanno contro la logica; per virare a sinistra bisogna fare perno a destra. Per evitare una roccia è necessario puntarla. Tutto abbastanza strano per chi è principiante mentre la corrente non da requie, le pietre si susseguono tra le rapide, ed i polpacci sono un tripudio di crampi. Dopo ogni sequenza c'è un attimo di quiete nei pochi specchi d'acqua liberi dalle correnti,  e poi si ricomincia. Osservando la guida sembra tutto semplice semplice, ma la sensazione predominante per chi non ha esperienza è quella di non essere mai in controllo. Che tra pietre e rocce affioranti è terrorizzante, perchè pensi, annaspando e con le gambe di rigide come stoccafissi, che ogni manovra tra la schiuma potrebbe essere l'ultima. O almeno questo è il processo mentale, ma nessuno, ci spiegano da Eddyline, si è mai fatto veramente male praticando l'Hydrospeed. Al massimo arriva qualche colpo a caviglie e ginocchia, comunque protetti dalla tuta. Insomma l'Hydrospeed é un avventura, abbastanza estrema anche a livelli amatoriali, e va interpretata come tale. Ed a parità di percorso è sicuramente più dura e tosta del rafting. Si è più contatto con gli elementi. Anzi si è completamente avvolti da essi. Ma una volta terminata l'escursione, vuoi mettere il gusto di dire ce l'ho fatta, sono sopravvissuto ed integro ed ho il cuore che batte a mille. Che poi è il momento in cui si si sente davvero vivi, e solo per questo motivo, l'Hydrospeed è una delle cose da fare almeno una volta nella vita. 

Cosa non fare

Dune rosse, giochi di luci ed ombre, soavi geometrie arcuate, il suono del silenzio e i panorami assoluti dell’Erg Chebbi. Questo è il racconto di una notte nel deserto trascorsa in un campo tendato berbero. Una notte da sogno dunque? Non proprio; anzi crediamo che la parola incubo sia decisamente più appropriata. A cominciare dall’escursione in sella al quadrupede più tipico del Sahara. Escursione che di solito dura circa due ore ad andare e due a tornare (il giorno successivo ndr), che terminerete con i calli alle mani, i muscoli contratti, il linguine infiammato e la vostra attrezzatura fotografico rovinata dai granelli di sabbia. Infatti, avendo la scelta, OnTheRoad consiglia di farvi strada tra le dune con una 4x4 guidata da qualcuno che di Sahara s’intende. La Jeep di turno vi porterà in angoli più remoti, più in fretta e senza strappi ai dorsali. Il cammello sarà anche evocativo, tipico, tanto tradizionale da essere parte integrante del paesaggio, ma è anche dannatamente scomodo e parecchio lento. Quindi o si decide di trascorrere ore ed ore di agonia su di esso, oppure non vi riuscirete ad allontanare troppo dalla civiltà. In pratica il cammello, anche se simpatico,  è uno zero sum game come dicono gli inglesi. Il deserto poi è inospitale per definizione. Al mattino la temperatura è appena sopra lo zero, ed alzarsi alle cinque al gelo e intrisi di umidità è piacevole quanto una passeggiata in bermuda tra Roncobilaccio e Barberino a Febbraio. Quando il sole è allo zenith poi ci si sente come uova in padella. Mentre alla sera il vento che arrotonda le dune rosse ti prende a ceffoni, e dopo pochi passi, per altro faticosissimi con le ginocchia che svaniscono nella sabbia, si è più simili a cotolette panate che ad esseri umani. Pazienza dici, è un piccolo scotto da pagare perche tra poco vedrò un tramonto più epico di Ben Hur e poi Andromeda, Cassiopea e la più bella Via Lattea della mia vita. Poi guardi l’orizzonte e pensi; non così in fretta mia caro, non quando un ammasso di nubi nere provenienti dall’Atlante oscurano il sole e ti rovesciano addosso vagonate d’acqua. Clamoroso. Nel deserto piove cinque giorni l’anno e OnTheRoad era lì. Quindi tanti saluti al falò, alla cena all’aperto, alla luna ed al chill-out sotto le stelle. Dopo una dimenticabile pietanza berbera ed alquanto irritati per non dire altro, proviamo a dormire. Missione improba; l’acqua, come accade con il classico brachetto bagnato, estrapola un gradevole olezzo di cammello dalle tende. Il tanfo regna sovrano e dalle stoffe consunte filtra acqua e sabbia. Ore di sonno pari a zero. L’ideale quando il giorno dopo sai di avere 600 chilometri di guida davanti. La notte nel deserto era una delle tappe più attese del viaggio. Per questo, dopo un’accurata selezione, abbiamo contattato Kanz Erremal, http://www.kanzerremal.com/ Hotel di Merzouga, che organizza escursioni nel Sahara chiedendogli supporto per una serata nel loro campo tendato. Scelto perche molto autoctono e spartano in modo da catturare il vero “feel” sahariano di berberi, nomadi e popoli del deserto. Insomma eravamo pieni d’entusiasmo ma purtroppo mai scelta si rivelò meno azzeccata. Magari se non avesse piovuto tutto sarebbe andato come da immaginazione (la sabbia portata dal vento nella tenda  entrava ugualmente), ma proprio perché è piovuto l’esperienza è stata la peggiore del viaggio. Il deserto però è qualcosa di spettacolare e d’imperdibile, specie nelle prime ora del mattino e quando il sole inizia il suo viaggio verso l’altro lato del mondo. Vi lasciamo con un consiglio; se non siete abituati al camping ci sono molte soluzioni per trascorrere notti in campi tendati meno spartani del nostro, che aveva il pregio di essere duro e puro, ma forse un po’ troppo duro e puro per i nostri gusti.

Cosa non fare

Mazda Mx-5, Lazio. Ecco un esempio di cosa non fare a Pasqua che si lega alla lunga e disonorevole lista dei patrimoni italiani sprecati. Il Relais Paradosso di Viterbo ha un giardino botanico del XIII secolo potenzialmente sublime, è a pochi passi dal Palazzo dei Papi ed è gestito come peggio non si potrebbe dalla signora Cristina; già una leggenda su Tripadvisor; perche ama strillarvi in faccia con prosopopea e maleducazione.  Di conseguenza il Paradosso è finito nella sezione cosa non fare invece di dove dormire. Se poi la parola Relais avesse un trademark lo sciatto Paradosso di Viterbo verrebbe sicuramente accusato di appropriazione indebita del vocabolo. Ed anche della parola Resort di cui il Paradosso si avvale nel suo sito e su booking. Ora, “Resort” è una parola inglese. Può anticipare un verbo “i had to resort to a yoga session to calm down”, cioè sono dovuto “ricorrere” ad una sezione di yoga per calmarmi (frase scelta grazie ai ricordi suscitati dal luogo ndr) o definire un certo tipo di struttura alberghiera. Di solito un ampio complesso con camere dislocate in varie sezioni e livelli, di norma ben arredate, con un ristorante di buona qualità, un parco curato con dei percorsi, una reception efficiente, un concierge, magari una Spa, un campo da tennis, una piscina, animazione per adulti e bambini, attività di varia natura. Quello che la parola Resort, e tantomeno Relais, sicuramente non definisce sono pavimenti ghiacciati, prenotazioni non registrate, camere fredde e raffazzonate con mobilio consunto e letti avvoltolati da lenzuola ruvide, luce che filtra dalle tende impolverate alle 7 del mattino, una colazione di succhi fluorescenti sistemati s’un tavolaccio con dei kleenex come tovaglia, merendine pre-confezionate e cereali fossili, un giardino storico trascurato, con cumuli di terra e zone abbandonate a se stesse.  Resort non definisce neanche arpie alla gestione come la signora Cristina, signora di origini polacche che detesta gli italiani e  che risponde come una belva se, con i brividi nelle ossa e le occhiaie a metà guancia  le hai detto “in stanza c’è il gelo, abbiamo dormito malissimo, a colazione  il latte ed era finito, lo yoghurt non c’era e basta, il caffè nel thermos sembra acqua colorata, esperienza pessima, qui sicuro non mettiamo più piede”. Prima di agitarsi come una forsennata però Cristina ha voluto convincerci che in stanza non era freddo, quasi forzando la porta della camera pur di entrare. Richiesta respinta perche a quel punto era mattina e fortunatamente tempo di check-out. E comunque, per capire il genere d'individuo e la sua idea di gestione dei clienti, che per quanto insopportabili possano essere pagano e quindi hanno ragione (e lo scrive uno per nulla d'accordo con la massima), quando la sera prima le avevamo gentilmente chiesto di aumentare il riscaldamento lei se n’era beatamente infischiata dicendo "tranquilli la camera poi si scalda". Si certo... Un gran peccato; perchè il Paradosso potrebbe davvero essere una variazione sul tema Resort; un relais "casareccio" e scenografico.  Ha un ristorante, una piscina (piccola ma ce l'ha) una sala colazioni, una reception e camere dislocate in varie sezioni e livelli nel cuore della Viterbo storica, molte della quali con vista giardino. Solo che tutto è sciatto e trasandato e la signora Cristina è  sgradevole. Non c'è altro modo di dirlo. Per questo l'aspetto migliore del Paradosso secondo OnTheRoad è il suo parcheggio.

Cosa non fare

Porsche, Ungheria. Se l'antipatia per qualcuno diventa intollerabile consigliateli un lungo viaggio in auto identico a questo itinerario (mappa in fondo) di Ontheroad. Raccontategli che nella strada verso, e da Budapest, interagirà con le acque cobalto del Balaton, con strade del vino, colline, terme e foreste. Che le autostrade sono vuote e levigate, senza caselli; le città ricche d'intricati trascorsi storici, circondate da paesaggi ipnotici e drammatici. E il bello è che gli racconterete tutte cose vere. E tutte cose molto meno memorabili di quanto ti aspetti. Non che, timidi ed opachi bagliori nell'infinita, cupa, costante ripetitività delle praterie. L'Ungheria è tutta una prateria. In certi tratti ricorda la steppa, in altre la pianura padana. Ogni ventina chilometri il terreno ha un sussulto poi torna sdraiato. E marrone. Vuoto e spoglio. I locali raccontano di tanti alberi, ora c'è tanta'agricoltura. Si fa in tempo ad inoltrarsi nei meandri della media consumi, riflettere sulle armate che attraversavano codesti spazi nell 1800, le bollette da pagare al rientro. Ed in tante altre cose. La cosa più gentile che posso dire è che le strade ungheresi invitano alla riflessione e che il panorama di certo non crea distrazioni. Meglio; perche quando il tipo con la "Kruschev car" rossa farà inversione a U s'una statale liscia come un sismografo che rileva un 5 della scala Richter, voi sarete pronti. E questi ci porta alla qualità delle strade ungheresi. Le autostrade sono ottime; con quelle interne come da mappa è più arduo essere concilianti. Asfalti sconnessi, lisi, bucati. Abbinati allo stesso orizzonte e le stesse linee rette per centinaia d'interminabili chilometri. Ci s'innervosisce progressivamente e tanto. Anche s'una sportiva come la Porsche 911. Specie s'una sportiva come la Porsche 911, molto comoda per essere una coupè Gt certo, ma pur sempre qualcosa che deve gestire 400 cavalli. E quindi guidare un Carrera S nelle "b-roads" ungheresi è un pò come avere Alessandra Ambrosio, o Clooney per le donne, nel tuo letto e non poter entrare in camera. Lo cosa più fastidiosa poi è che non c'è continuità. Per un tratto la strada migliora, provi a divertirti un pò e appena ci stai riuscendo appare un dosso dal nulla con sopra una voragine. E così per ore. L'altra cosa più fastidiosa è che non ci sono mai più di cinque curve in sequenze. Arrivano centellinate, girano attorno ad un appezzamento, un casale, un deposito e riprende il rettilineo. Dove  sbatti i denti tra buche e radici. Arrivando dalla Slovenia, la prima frontiera dell "handling" era il Lago Balaton, atteso con con ansia per le sua imponenza, le colline vulcaniche come cornice, per "guidare" e vedere i paesaggi insomma. Usciamo dal'autostrada. Pioviccica. Alla prima rotonda noto che il grip dell'asfalto è da parquet lucidato. In pochi chilometri l'entità dello sbaglio diventa lampante. Il colore del lago ti prende subito; elettrico, acceso, molto sci-fi, ma ciò che lo circonda è parecchio cupo. Sarà l'inverno, l'asfalto ruvido, l'aria dei luoghi di villeggiatura fuori stagione. Però il Lago di Como o Garda sono piacevoli sempre. Quindi non è quello. Siamo sempre distanti dalla riva (spesso il lago non si vede e basta), dai vitigni, non ci sono soste panoramiche ma qualcosa di malinconico, qualcosa alla Coney Island. E più o meno zero curve. Ma ancor più del lago Balaton ciò che va assolutamente evitato, o consigliato a seconda del fine, sono le statali da Gyor a Szombathely. Visualizzazione ingrandita della mappa

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