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Mazda Mx-5, Lazio. Ecco un esempio di cosa non fare a Pasqua che si lega alla lunga e disonorevole lista dei patrimoni italiani sprecati. Il Relais Paradosso di Viterbo ha un giardino botanico del XIII secolo potenzialmente sublime, è a pochi passi dal Palazzo dei Papi ed è gestito come peggio non si potrebbe dalla signora Cristina; già una leggenda su Tripadvisor; perche ama strillarvi in faccia con prosopopea e maleducazione.  Di conseguenza il Paradosso è finito nella sezione cosa non fare invece di dove dormire. Se poi la parola Relais avesse un trademark lo sciatto Paradosso di Viterbo verrebbe sicuramente accusato di appropriazione indebita del vocabolo. Ed anche della parola Resort di cui il Paradosso si avvale nel suo sito e su booking. Ora, “Resort” è una parola inglese. Può anticipare un verbo “i had to resort to a yoga session to calm down”, cioè sono dovuto “ricorrere” ad una sezione di yoga per calmarmi (frase scelta grazie ai ricordi suscitati dal luogo ndr) o definire un certo tipo di struttura alberghiera. Di solito un ampio complesso con camere dislocate in varie sezioni e livelli, di norma ben arredate, con un ristorante di buona qualità, un parco curato con dei percorsi, una reception efficiente, un concierge, magari una Spa, un campo da tennis, una piscina, animazione per adulti e bambini, attività di varia natura. Quello che la parola Resort, e tantomeno Relais, sicuramente non definisce sono pavimenti ghiacciati, prenotazioni non registrate, camere fredde e raffazzonate con mobilio consunto e letti avvoltolati da lenzuola ruvide, luce che filtra dalle tende impolverate alle 7 del mattino, una colazione di succhi fluorescenti sistemati s’un tavolaccio con dei kleenex come tovaglia, merendine pre-confezionate e cereali fossili, un giardino storico trascurato, con cumuli di terra e zone abbandonate a se stesse.  Resort non definisce neanche arpie alla gestione come la signora Cristina, signora di origini polacche che detesta gli italiani e  che risponde come una belva se, con i brividi nelle ossa e le occhiaie a metà guancia  le hai detto “in stanza c’è il gelo, abbiamo dormito malissimo, a colazione  il latte ed era finito, lo yoghurt non c’era e basta, il caffè nel thermos sembra acqua colorata, esperienza pessima, qui sicuro non mettiamo più piede”. Prima di agitarsi come una forsennata però Cristina ha voluto convincerci che in stanza non era freddo, quasi forzando la porta della camera pur di entrare. Richiesta respinta perche a quel punto era mattina e fortunatamente tempo di check-out. E comunque, per capire il genere d'individuo e la sua idea di gestione dei clienti, che per quanto insopportabili possano essere pagano e quindi hanno ragione (e lo scrive uno per nulla d'accordo con la massima), quando la sera prima le avevamo gentilmente chiesto di aumentare il riscaldamento lei se n’era beatamente infischiata dicendo "tranquilli la camera poi si scalda". Si certo... Un gran peccato; perchè il Paradosso potrebbe davvero essere una variazione sul tema Resort; un relais "casareccio" e scenografico.  Ha un ristorante, una piscina (piccola ma ce l'ha) una sala colazioni, una reception e camere dislocate in varie sezioni e livelli nel cuore della Viterbo storica, molte della quali con vista giardino. Solo che tutto è sciatto e trasandato e la signora Cristina è  sgradevole. Non c'è altro modo di dirlo. Per questo l'aspetto migliore del Paradosso secondo OnTheRoad è il suo parcheggio.

Cosa non fare

Porsche, Ungheria. Se l'antipatia per qualcuno diventa intollerabile consigliateli un lungo viaggio in auto identico a questo itinerario (mappa in fondo) di Ontheroad. Raccontategli che nella strada verso, e da Budapest, interagirà con le acque cobalto del Balaton, con strade del vino, colline, terme e foreste. Che le autostrade sono vuote e levigate, senza caselli; le città ricche d'intricati trascorsi storici, circondate da paesaggi ipnotici e drammatici. E il bello è che gli racconterete tutte cose vere. E tutte cose molto meno memorabili di quanto ti aspetti. Non che, timidi ed opachi bagliori nell'infinita, cupa, costante ripetitività delle praterie. L'Ungheria è tutta una prateria. In certi tratti ricorda la steppa, in altre la pianura padana. Ogni ventina chilometri il terreno ha un sussulto poi torna sdraiato. E marrone. Vuoto e spoglio. I locali raccontano di tanti alberi, ora c'è tanta'agricoltura. Si fa in tempo ad inoltrarsi nei meandri della media consumi, riflettere sulle armate che attraversavano codesti spazi nell 1800, le bollette da pagare al rientro. Ed in tante altre cose. La cosa più gentile che posso dire è che le strade ungheresi invitano alla riflessione e che il panorama di certo non crea distrazioni. Meglio; perche quando il tipo con la "Kruschev car" rossa farà inversione a U s'una statale liscia come un sismografo che rileva un 5 della scala Richter, voi sarete pronti. E questi ci porta alla qualità delle strade ungheresi. Le autostrade sono ottime; con quelle interne come da mappa è più arduo essere concilianti. Asfalti sconnessi, lisi, bucati. Abbinati allo stesso orizzonte e le stesse linee rette per centinaia d'interminabili chilometri. Ci s'innervosisce progressivamente e tanto. Anche s'una sportiva come la Porsche 911. Specie s'una sportiva come la Porsche 911, molto comoda per essere una coupè Gt certo, ma pur sempre qualcosa che deve gestire 400 cavalli. E quindi guidare un Carrera S nelle "b-roads" ungheresi è un pò come avere Alessandra Ambrosio, o Clooney per le donne, nel tuo letto e non poter entrare in camera. Lo cosa più fastidiosa poi è che non c'è continuità. Per un tratto la strada migliora, provi a divertirti un pò e appena ci stai riuscendo appare un dosso dal nulla con sopra una voragine. E così per ore. L'altra cosa più fastidiosa è che non ci sono mai più di cinque curve in sequenze. Arrivano centellinate, girano attorno ad un appezzamento, un casale, un deposito e riprende il rettilineo. Dove  sbatti i denti tra buche e radici. Arrivando dalla Slovenia, la prima frontiera dell "handling" era il Lago Balaton, atteso con con ansia per le sua imponenza, le colline vulcaniche come cornice, per "guidare" e vedere i paesaggi insomma. Usciamo dal'autostrada. Pioviccica. Alla prima rotonda noto che il grip dell'asfalto è da parquet lucidato. In pochi chilometri l'entità dello sbaglio diventa lampante. Il colore del lago ti prende subito; elettrico, acceso, molto sci-fi, ma ciò che lo circonda è parecchio cupo. Sarà l'inverno, l'asfalto ruvido, l'aria dei luoghi di villeggiatura fuori stagione. Però il Lago di Como o Garda sono piacevoli sempre. Quindi non è quello. Siamo sempre distanti dalla riva (spesso il lago non si vede e basta), dai vitigni, non ci sono soste panoramiche ma qualcosa di malinconico, qualcosa alla Coney Island. E più o meno zero curve. Ma ancor più del lago Balaton ciò che va assolutamente evitato, o consigliato a seconda del fine, sono le statali da Gyor a Szombathely. Visualizzazione ingrandita della mappa

Cosa non fare

Porsche, Ungheria. Peli pubici galleggianti, pelli morte, puzza di cloro, spogliatoi che ricordano le celle di tortura della Allavedelmi Hatòsag, che per rimanere sul territorio, era la polizia segreta ungherese durante il regime sovietico. Tutti particolari omessi dalle guide turistiche, cartacee ed umane, sulle acque dei bagni termali di Budapest. Tra le attrazioni principali della città ed una delle più grandi delusioni del nostro viaggio in Europa centrale con la Porsche 911 Carrera S. Il comune denominatore dei bagni termali di Budapest sono sporcizia, uffici stampa disattenti o assenti che precludono ogni possibilità di scattare foto all’interno (ora capsico il motivo) e orde di persone a mollo come asparagi in pentola. I bagni Szechenyi dall’architettura barocca sono forse i più famosi per via della piscina esterna circondata da statue e ghirigori. Oltre al fatto che dentro l’acqua c’era più gente che a Wembley nella finale di Champions League, oltre al sudiciume sopraelencato, il problema principale è il rischio polmonite. L’acqua non supera i 34 gradi e la temperatura esterna era abbondantemente sotto lo zero. Per entrare, tappandosi il naso e sperando di non beccarsi qualche malattie rara all’epidermide, bisogna percorrere un centinaio di metri all’aperto in costume ed una volta dentro non c’è spazio per muoversi, il cranio diventa un ghiacciolo e non farete altro che districarvi al fine di evitare strusci con la pelle brufolosa e grassa di perfetti sconosciuti. Le piscine interne (per non parlare della sauna) erano del tutto inagibili causa sovraffollamento, olezzo di agenti chimici e croste in superficie dove neanche Gold Member di Austin Powers si sarebbe sentito a suo agio. Tutto piuttosto orrendo. Storia simile alle Terme Gellert; stile Liberty e ambiente da verifica per l’ufficio d’igiene. Pensando di essere particolarmente schifiltoso, ho raccolto testimonianze di altri clienti; uno su due si era rifiutato di entrare in acqua. Affacciandosi all’ingresso d’intravede una piscina meravigliosa e semi vuota, perchè fredda, le altre sono piene come gli acquari di un ristorante marinaro di bassa lega. Chiudiamo con i Rudas Thermal Baths risalenti all’occupazione Ottomana, che essendo leggermente più defilati hanno decisamente meno calca. Nonostante ciò la sensazioni di sciatteria e sporcizia diffusa si percepisce forte e chiara; dall’atrio, agli spogliatoi, fino alle piscine. Insomma non sarete affatto contenti di aver sganciato i soldi per l’ingresso (dai 14 euro in su). Il consiglio di Ontheroad è di non fidarsi di foto e descrizioni che troverete su guide e siti ufficiali, e di visitarle in bassa stagione senza sperare  nel relax o benessere, ma per ammirare l’architettura elegante e scenografica, quella si memorabile e unica al mondo.    

Cosa non fare